martedì 13 marzo 2012

Lo voglio

La luce abbagliante in un luogo che ti aspetti oscuro, il sole di un mese che ti aspetti grigio. La distonia di una sala piena e di un traguardo vuoto, a milioni di metri di distanza. Lo so che sarò io ad aspettarla, ma nessuno mi ha fatto notare mai che per fare questo dovrò pur arrivarci, laggiù. La mia marcia. Niente musica però. Sinfonia di occhiate, qualche lacrima materna. Approvazione da entrambi i lati del percorso, spero. Qualcuno che si augura un buon piazzamento, abbastanza indietro, pur di essere il primo a lanciare l’immortale ed esilarante invito a ripensarci, stakanovista dell’ironia.

Il fotografo. Ah, il fotografo già mi odia. Il sole inaspettato, la porta ed io lo stiamo costringendo al controluce. Lui sogna pose plastiche, poveretto, sguardi estatici e composizioni di giochi e abbracci. Io e lei. Lei ed io. Io e persone di cui scopro ora l’esistenza – saranno mica imbucati? – e che non rivedrò mai più, ma che non se ne andranno prima di avermi tirato in mezzo ad assurdità varie, giochi etilici e tagli di cravatta da centinaia di euro.

Quasi quasi me ne vado. Fotografami queste elegantissime chiappe in controluce, amico mio, e sorridi forte. Tanto lei è sempre in ritardo, questa volta pure da copione. La chiamo. La chiamo e le dico che voglio restare un amatoriale di buon livello, non voglio passare professionista. Certo, mi verrà a cercare con una grossa ascia rugginosa. Ma prima riderà. I miei scherzi la fanno ridere sempre. Rido io, rido da solo. La battuta non è male. Alcuni dei presenti sospettano che sia un po’ spostato. Così li sollevo dal dubbio. È una festa, bisogna essere altruisti.

Non prendo la porta, naturalmente. Mi getto tra le forche caudine di occhi e seggiole scomode. In mezzo alla grande menzogna. Sapete quando vi dicono che in certi momenti ti si svuota il cervello? Non pensi più a niente, tutto passa come un sogno ovattato. Bene, è una balla. Bugia pietosa, la mia mente comincia a ricordare ed accelerare, accelerare e riportare alla luce. Grippa. Ad ogni passo mi ritrovo a lasciare indietro frammenti di strada, con solo un attimo per salutarli.

Sono in fondo alla sala. Sconosciuti e curiosi. Vecchiette a cui non è rimasto nulla di meglio da fare. Lì c’è il ragazzino che voleva fare lo scrittore. Che sa troppe cose per stare con i compagni belli e dannati, ma è troppo casinista ed indisciplinato per stare con i secchioni. Lo invitano tutti, ma nessuno insiste. È in tutte le foto, certo. Ma è defilato. E sorride sempre, ma a quell’età non si dovrebbero avere quegli occhi e quello sguardo, non ancora. Lo saluto, ma pochi altri passi lo lasciano indietro.

Ancora sconosciuti da un lato, parenti del sud e parenti di montagna dall’altro, confluiti nel tipico mezzosangue milanese che sono. Tra loro c’è il cronistello appena arrivato dalla provincia. Quello che correva dietro alle ambulanze ed ai carabinieri nella notte. L’immortale incurante di ogni pericolo. Pronto a tutto per le sue quindicimila lire ad articolo. Lorde. Capello lungo, abbronzatura bianco latte ed una barbetta che lo fa sentire più grande, anche se poi non fa altro che esaltare quell’innocenza che si sta infrangendo sempre più ad ogni incidente, ogni scena di spaccio, ogni lenzuolo con annesso cadavere. Con lui mi fermerei volentieri a fare due chiacchiere, ma la sosta è fraintesa e la Puglia mi avvolge nel suo calore. Saluto anche lui. Forse sono davvero un po’ spostato e la vetta è ancora lontana, quindi riprendo la scalata.

Passi e passi. Mi sembra di essere in quel vecchio cartone animato sul calcio, dove correvano per sei puntate prima di vedere la porta ed il campo curvava all’orizzonte.

Memorie di odori e di spezie, di deserto e di miseria. Boschi e musica balcanica, il Mediterraneo maestoso, di un blu impossibile, montagne armene e pianori turchi. Ora al mio fianco cammina un ragazzo spigoloso, scurito ed arrossato dal sole, gli occhi enormi per guardare la meraviglia del mondo. Ridere e scoprire, niente di più importante. Gerusalemme, Palestina, bella e maledetta dall’intifada. Imparare a conoscere l’odio, da chi ha perso tutto il resto. Incredibilmente, l’amore. Il primo, inaspettato e travolgente. La fine dell’eterno presente e la nascita dei tanti domani e dei tanti progetti. La guerra, intorno. Oscena e miserabile, un film reale e volgare, con la paura come unica protagonista. La guerra e l’amore. Poi un lampo ed un tuono si portano via entrambi, per sempre. Il ragazzo si ferma e mi dà una pacca sul sedere. Ride, ed era tanto tempo che non lo faceva. Tanto tempo.

Intorno a me ora gli amici ed i parenti di Milano. L’epoca di Milano. L’epoca di colui che per viltade fece il gran rifiuto. Sentori di casa e di provincia. Silenzi e solitudini. Amori come libri di poche pagine, ma con lunghissime cronologie tra le note. Volti innumerevoli. E sorridenti. E distanti. Invitati anche loro a questo giorno, in questo tratto di percorso che ricorda d’improvviso quanto possa essere freddo gennaio. Cammino a lungo tra di loro, come se camminassi nell’unico vero mio passato, in una vita tutta al presente. Non c’è nessun ospite inatteso, qui. Nulla da lasciar loro, eccetto la bomboniera, più tardi, quindi accelero il passo. Là in fondo, per nulla imbarazzata, un’elegantissima damina inventa giochi per far passare il tempo. Figlia di questo passato, aspetta me e aspetta il futuro, aspetta di incominciare. Anche in questo tratto c’è stato il buono ed il meraviglioso.

Le seggiole lasciano il posto ai banchi, finalmente. Sono quasi lì, vittorioso su questo tempo che si dilata e si dilata.

Qui mi fermo e mi risveglio. Le panche non sono piene, ma ci sono molte più persone di quante ne attendessi, attente e presenti, e guardano me. Anch’io mi sto guardando, perché qui non mi aspetto di incontrare nessuno. Nessun addio freddo o commosso da fare. Niente da perdonare e da perdonarmi, se non il quotidiano essere imperfettamente umani. Sorrido, bacio guance amiche, afferro mani e godo di abbracci. Nell’aria il rumore di piedi teatranti sul legno del palco, ora impacciati, ora sciolti. Il profumo della notte milanese di nuovo sorella. La riscoperta delle parole. Parole, così tante che un momento solo non riesce a comprenderle tutte. Discussioni appassionate che si trovano costrette a diventare d’appendice, a puntate. La musica, i sogni. Giovane, dopotutto, ragazzino. Quello che voleva fare lo scrittore fin dalla terza elementare. Tutto torna e tutto ha inizio di nuovo. Penna stanca e anima stanca tornano novizie. Il mondo è di nuovo grande e sconosciuto, il casco da esploratore è ancora sotto il letto. Basta togliere la polvere.

Maremoto e tsunami, fantasia ed amore. Nuovo, puro e torbido ad un tempo. Passione vorace come solo gli anni perduti sanno essere. Brahma e Shiva, creazione e distruzione. Se la storia fosse perfetta, potrebbe finire qui. Potrebbe cominciare, da qui, raggiungendo il presente, ed il futuro, senza bisogno d’altro.

Non lo è, perfetta. È concepita in questo istante di passioni, ma la nascita è un altro affare. Un affare che riguarda questa marcia ad organo muto.

Per giungere alla nascita, per giungere all’inizio, per giungere finalmente al punto in cui potrò voltarmi ed attendere, devo fare ancora alcuni passi che sanno di travaglio. Davanti a me, un paio di banchi vuoti. Perché sì, a volte il cuore si spaura. Così semplice, così comodo tornare nel noto, nel conformismo. Così banalmente facile smettere di sognare per mettersi a pretendere di viverlo, il sogno. Il primo che capita, relegando gli altri al mondo del sonno.

Qui, tra i banchi vuoti, prendo l’ultimo tempo, quello che serve. Panche vuote come il baratro al quale mi sono avvicinato, avvicinato ancora. Fino a danzare sul bordo. Fino a sporgermi e a perdere l’equilibrio. Fermo a chiedermi quanto potessero resistere le braccia mulinanti prima di stancarsi, prima di lasciarmi scivolare giù. Lì, ho danzato. Danzato con la fine, una fine almeno, una delle tante, prima ancora che il giorno avesse davvero inizio. Prima che tutto potesse avere inizio, perché per un attimo avrebbe potuto non averlo mai.

È stato un lungo attimo, mentre i miei vent’anni mutavano in trenta, come quando vedi un fulmine accecante e aspetti che arrivi il tuono a rimbombare. Ma il temporale è lontano e solo un leggero brontolio viene a farti notare la tua distrazione.

È stato. Perché poco oltre ecco che appare la prima fila. Prima fila da programma, genitori piangenti e sguardi emozionati. Non ho bisogno di pensare a chi c’è su quelle panche. Sono il presente, parte di me. Dietro di loro la lunga marcia torna a rivelarsi un piccolo scatto, una piccola porzione di strada a fondo chiuso. Quella che ho percorso per arrivare a questo punto di partenza. Da qui sembra breve e stretta, tanto che posso lasciarla andare senza fatica, senza rimpianti, senza rancori. Non c’è orizzonte, oltre questo momento. Inizia qui, questa è la nascita.

Tutto sommato, non è nemmeno falso che la mente ti si svuoti, come ad un neonato. Succede ora. Lei è lì, nella luce della porta. Il fotografo sarà contento, non dovrà pensare a me per un po’. È un attimo. È al mio fianco, ed il tempo non ha più significato. C’è sempre stata, paziente, a vegliare il risveglio, ad accendere i fuochi e a rischiarare le notti. Ha preso il matto, il dormiente, il ragazzino, e tutte le parti che mi compongono. Ha atteso che si ricomponessero e, forse, senza di lei non si sarebbero ricomposte mai. È ben strano essere qui, all’inizio di tutto, quando tutto si fa misterioso, ed essere al contempo così saggio, nella sicurezza di lei e dei suoi occhi enormi, spauriti e divertiti ad un tempo.

Peccato solo per questo tizio che continua a parlarmi nell’orecchio. Cosa avrà da rompere proprio adesso?

Ah, è vero, devo rispondere. E so cosa voglio dire.

lunedì 20 febbraio 2012

"Amerai il prossimo tuo come te stesso" (Vangelo di Marco 12,28b-34)


Cari lettori de Le fantasie della nebbia,
questo, naturalmente, è un blog di racconti. Quando riflessioni ci sono, sono fantasiose, come si grida a gran voce fin dal titolo.
Oggi però vi porto qualcosa di radicalmente diverso. Qualcosa che lascia da parte le fantasie per concentrarsi sulla realtà. Una realtà, ahimè, decisamente non bella. Decisamente oscura.
Presto volentieri il mio blog a questa situazione, a questa lettera e alla sua risposta, perché mi ha personalmente indignato e ferito.
A voi, chiedo solo una cosa. Commentate. Esprimete il vostro pensiero con forza, con grande forza. Unite la vostra voce alla mia, in modo che il rumore che siamo in grado di fare travalichi le virtuali ed ancora ristrette pareti di queste pagine. Ve lo chiedo per un solo motivo. Perché è giusto rigettare. È giusto denunciare e sbertucciare una piccola, grande meschinità. È giusto non chinare la testa ed ingoiare. Almeno, io sono convinto che sia giusto. E sono convinto che lo sia anche per voi.
La situazione è questa.
Se è vero che il sonno della ragione genera mostri, è vero anche che i mostri sono generati da mille altre cose. Non ultime, la convinzione di essere perfetti ed il rifiutare ciò che è diverso da noi. Ed è difficile trovare un nemico più subdolo del bigotto che ti è più vicino, nel momento in cui questi scopre che non aderisci perfettamente all’assoluto del suo pensiero.
Parliamo di una anziana signora. Una signora che ha vissuto la sua vita, e si ritrova ad un tratto nella difficoltà. Nella difficoltà vera, quella che parte dal denaro che manca ed arriva al denaro che si deve restituire per impedire che tutto sia portato via. Che parte da tanti malanni portati dal tempo ed arriva alla vista che oramai se ne è andata quasi del tutto. Non è detto che questa signora abbia fatto tutto per bene nella sua vita. Avrà commesso la sua parte di errori. State pur certi però che non sono diversi da quelli che commettiamo noi e per i quali chiediamo clemenza, comprensione, oblio.
Nel grave bisogno questa signora non ha, ovviamente, altra scelta che rivolgersi ai suoi famigliari. Una figlia le è rimasta vicina, ma anche lei è in difficoltà. Niente lavoro, niente soldi, come tanti di noi in questa epoca. Il tanto affetto che sa dare, ed è tanto davvero, non basta a sopperire al fatto che sia l’unica a darlo. I figli, gli altri,  non pervengono, lontani nello spazio oppure lontani nel cuore. Se ne fregano, insomma, crepi la vecchia strega. I nipoti, non pervengono nemmeno loro. Se ne fregano.  Anzi, uno risponde alla richiesta di aiuto. Un nipote che per anni ormai si era dileguato dalla vicinanza e dall’affetto, al sopraggiungere del malanno fisico e sì, dell’incombente vecchiaia. Si avvicina. Ascolta. E questa è la sua risposta a ciò che vede. Io ho cercato di lasciarla il più intatta possibile, immolando all’altare della privacy solo quanto necessario. Leggetela. Poi, più sotto, leggete la risposta della signora che mi ha portato tutto questo. Perché anche lei, per fortuna, ha risposto. Anche lei, per fortuna, sa che non finisce mai il tempo di rifiutare di chinare la testa.
La mia parte, in questo, termina qui. Capirete che il mio coinvolgimento iniziale era quello del semplice scriba. Mia è l’idea e la proposta di rendere tutto il più pubblico possibile. Per sdegno. E perché comunque mi illudo che a furia di parlarne, prima o poi queste cose svaniranno da noi piccoli uomini. Di nuovo, vi ringrazio e vi invito a farvi sentire.
Giorgio. Le (inferocite) fantasie della nebbia
………………………
 Ciao *****...ho pensato ancora tanto a un sacco di cose..e ho deciso!
Non ho intenzione di darti i soldi che mi hai chiesto...Purtroppo sono un buono e credo sempre nella buona fede delle persone, e per questo spesso agisco più per pena che perché mi sento davvero ciò che sto facendo...Ho ragionato, e mi spiace dirlo, ma non penso che tu e la nonna viviate in condizioni così misere economicamente come mi avete descritto...mi hai spiegato della casa scelta in funzione del fatto che vuoi garantire alla nonna un certo - chiamiamolo "tenore di vita" - senso di calore e accoglienza...ma mi spiace...io non riesco ad accettarlo con il mio modo di vivere...una casa di 100 metri, con 600 di affitto, donna delle pulizie, cibo pregiato per il cane, teatro, psicologo, gratta e vinci, sigarette, fiorentina....probabilmente siete abituate a vivere così...e non c'è problema...perché ognuno è giusto che faccia le sue scelte nella vita...va benissimo...non va più bene però se avete bisogno di soldi per mantenere tutto ciò...io ti parlo per come sono io...prima di chiedere soldi, mi devo trovare in una situazione "inattaccabile"..in cui non mi si può dire niente riguardo a ciò che ho o non ho...devo vedere che quella persona fa delle rinunce, si sbatte, non ha alternative...
Non voglio fare l'ennesima volta il fesso che paga i "vizi" degli altri...io faccio la spesa al discount, vivo in una casa di 30 metri quadri e ho sempre aiutato la famiglia...
Non devo pagare io le vostre scelte e le vostre abitudini...purtroppo ci sono tanti anziani che vivono in condizioni economicamente difficili...non è bello, ma se non ci sono alternative, l'unica scelta possibile è accettare  una vita più modesta...bellissimo il pensiero di garantire una vita serena..ma serena non vuol dire per forza agiata...e garantire con le risorse degli altri  non è giusto...e non è il discorso secondo cui un giovane può permettersi di vivere nella "topaia" semplicemente per il fatto di essere giovane, con poche esigenze e si adatta a tutto...anzi, la maturità dovrebbe secondo me far conoscere meglio i propri limiti e le proprie priorità di vita..e l'umiltà di capire quando si è nelle condizioni di poter chiedere e quando no..
Le 3 volte che sono stato da voi ultimamente me ne sono andato sempre con lo stesso opprimente pensiero, che mi macerava dentro...da me volete i soldi...non è una mia invenzione...è un dato di fatto...su tre volte che sono stato lì, le ore iniziali sembrano una lunga premessa per rompere il ghiaccio, per arrivare alla fine al vero argomento che vi preme...il discorso non è quello di aiutare chi ha meno possibilità..il discorso secondo me è di aiutare chi se lo merita...ovvio che il "meritarselo" è soggettivo, ma visto che mi è stata fatta una richiesta, valuto secondo i miei parametri, i miei progetti e il culo che mi sono fatto e che mi faccio tutti i giorni.. 
E' bruttissimo da pensare e da dire...sono venuto da voi sperando nella vostra buona fede...mi sono commosso, dispiaciuto, non ho dormito, ecc...ma ciò che vedo è il BISOGNO di me dal punto di vista economico... e dato che giusto ieri hai detto che ****** (il fratello), se non si sente di venire da voi, è perché non se lo sente dentro, ed è giusto che ognuno segua i suoi sentimenti senza che sia forzato, bene, ciò che sento io è di essere usato...e non voglio permettere questo.
Quindi questa è la mia libera decisione, che riflette il mio stato d'animo e la mia personalità.
………………………

Caro nipote,
caro, perché sei e rimani comunque una parte della mia famiglia, anche se solo per il sangue e per l’anagrafe. Caro, perché quanto male mi è costato la tua risposta. Ho preso del tempo, prima di replicare. Tempo per uscire dalla tempesta di oscurità in cui mi hai gettato, senza la minima sensibilità, con la tua lettera. Tempo che è servito per mettere insieme le parole adatte, ripulite dal vomito che mi hai indotto. Tempo in cui probabilmente ti sei compiaciuto di un presunto, insussistente buon scrivere. Buon scrivere non è mettere una parola dietro l’altra, azzeccare i verbi. Non lo è, caro nipote, senza sentimenti che non siano di oscurità e paura, come quelli che hai espresso.
È evidente che tu non abbia capito proprio nulla. Ci speravo, dato che sei venuto qui tre volte, come dici pure tu. Sei venuto a raccogliere informazioni, a fare la spia in una casa che potrebbe essere tranquillamente tua, come dovrebbe essere normale che un nipote consideri la casa della nonna. Non mi metto certo qui a giustificare le poche, misere cose che hai rilevato come insopportabile lusso. Non sto a farti rilevare cosa ho effettivamente comprato con quel poco che mi avanza della pensione e cosa invece mi è stato regalato senza dar troppo peso. Andremmo davvero a fare i conti dei miserabili. La casa, dici tu. La casa è una normalissima casa, scelta perché ci potessero vivere due persone, io e tua zia. L’abbiamo scelta perché fosse una casa dignitosa, certo, anche perché spero che questa sia l’ultima casa che abiterò, alla mia età. L’abbiamo scelta anche, e forse questo non l’hai capito o non l’hai voluto capire, dopo un lunghissimo anno di ricerca e di rinunce, perché tutto costava troppo. Abbiamo preso l’unica cosa che potevamo permetterci. Ma le cose, sai, possono anche cambiare. E per me sono cambiate in peggio, da allora. E quando si è in un brutto momento cosa si dovrebbe fare, cercare di superarlo oppure abbruttirsi e gettarsi via? Vista la tua risposta, dovrei fare questo.
Ma non è così. E a dirti la verità, la cosa che più mi ha fatto male della tua risposta è la tua ottusità. La tua mancanza di sentimenti. Io ti ho chiesto un aiuto economico. E ti assicuro che è una cosa umiliante, alla mia età. Ma te l’ho chiesto dopo averti parlato di tutto quello che tu hai buttato nei rifiuti come lunghissima premessa prima di passare all’incasso. Non ti ha suscitato nulla la solitudine in cui sono, il disinteresse omicida di tua madre, tuo e dei tuoi fratelli. Non ti ha detto nulla che tre anni fa sono quasi morta per l’aneurisma alla vena aorta e che da allora non riesco a fare più quello che facevo prima. Non ti ha detto nulla nemmeno il fatto che oramai non ci vedo più. Sono praticamente cieca, te ne sei accorto? Per scrivere questa lettera, e per leggere la tua, mi sono dovuta far aiutare. Io non posso più. Né leggere, né scrivere.
Di chi è allora la malafede? Se non vuoi o non puoi aiutarmi economicamente, bastava dirlo. Ci sarei rimasta male, perché qualsiasi cosa tu pensi sono davvero in una brutta situazione. Ma quello di cui ho più bisogno, quello che ho cercato di farti capire e che mi illudevo tu avessi compreso, era che avevo bisogno di persone vicino, perché ora sono completamente abbandonata da tutti voi. E di tutti, la colpa non è tua, ma tu, come rivendichi con orgoglio, fai le tue scelte per come senti e pensi. E da tre anni ormai, anzi da molto di più, avevi scelto di sparire, forse perché non potevo più avere la casetta in montagna, forse perché non potevo dare più mance, forse perché già giudice di vite estranee alla tua misera concezione del mondo. Forse perché semplicemente la vecchiaia fa paura a chi è giovane e forse nasconde il poco coraggio dietro tutte quelle certezze. Sei tornato, e sono stata felice. Non hai capito quanto fosse importante e prezioso avere vicino un membro della mia famiglia, in un momento così difficile. Bastava questo. Bastava dirmi: “Nonna, non ti posso aiutare con i soldi, però ti voglio bene, sono qui, per il resto puoi contare su di me”. Bastava questo e il discorso dei soldi sarebbe passato in secondo piano. Anzi, come nella normalità, mi potevi anche aiutare a trovare una soluzione che non fosse metterli di tasca tua, visto che sei giovane e hai studiato. Una cosa normale.
Invece non è stato così. Tutto l’affetto, l’aprirsi nonostante le difficoltà, tutto è stato una trappola per te, povero uccellino, così l’hai visto. Tutto per strapparti qualche soldo per continuare una vita “dissoluta”.
Ti ripeto, caro nipote, che non hai capito nulla. E l’hai dimostrato anche con quello che mi hai scritto pochi giorni dopo. I preziosi consigli di rivolgermi a questo o quell’ufficio del comune per i poveri, come se  non lo sapessi da sola, e come se non l’avessi magari già anche fatto. Se non l’hai capito quando abbiamo parlato, magari lo capisci con questa lettera. Sono anziana, non rimbambita.  All’elenco che hai fatto manca solo il consiglio di girare i mercati dopo la chiusura per raccattare quello che ancora è commestibile. Sono sicura che la troveresti una buona idea, peccato solo che non ci veda abbastanza, per farlo.
Tutto chiuso nella tua convinzione di essere nel giusto, non penso che questa lettera riuscirà a smuoverti, tu che a nemmeno trent’anni sei già così maturo e rigido nella tua morale. Ti rispondo perché è giusto così. Perché hai scelto di vedere il brutto ed il cattivo dove non c’è. Questa scelta, del brutto, dell’allontanare, della paura di essere truffato invece che dell’amore, è tua, è dentro di te. E ti dico anche, che non dovresti esserne così orgoglioso. Sei un ragazzo spaventato ed amaro e se sarai così sempre, sarai anche un vecchio, spaventato ed amaro, ad un’età in cui la speranza un po’ per tutti se ne va. La vecchiaia, mio caro, io la conosco, la vivo. I conti della serva di un’intera vita, la conta di chi si è salvato, chi è rimasto, chi non c’è più, chi è impazzito e chi fiato più non ha..io, sempre presente nella mia misera umanità, misera come quella di tutti, come la tua, non proprio come la tua, livelli così bassi mai li ho toccati, giudicata, additata, condannata, da chi non sa nulla della vita, da te che non hai mai fatto niente per meritarti quell’ego spropositato di cui ti rivesti e che mostri come un trofeo, una ridicola copia del buon padre di famiglia. Ti ho cambiato più volte il pannolino. Ma non è per questo che mi devi rispettare. Devi chinare il capo di fronte a ciò che sono, alla mia vita, a ciò che ho fatto sempre e con la massima volontà possibile, fatta di quel “culo” all’ennesima potenza di cui ti onori con arroganza senza averne il merito.
Dunque, tirando le misere somme da miseri pensieri, io, noi saremmo la peggior specie di persone che si possa malauguratamente incontrare sul proprio, tuo, misero cammino? Sai chi sono? Sai a chi ti permetti di vomitare addosso la tua infantile e terrorizzata spocchia? Te lo ricordo, non per darmi onore, che poco mi importa e poco serve, ma per dare un argine al tuo ego tanto e scioccamente dilatato quanto bigotto. Io ti ho già visto. Ti ho visto in tutti questi anni, in quelle facce che si fanno indistinte nel sorriso della banalità e della scomparsa nella massa, quelle facce armate di pugnale, pronte ad usarli alla prima distrazione, alla prima schiena fiduciosamente voltata, nel seguire un percorso buono, pronti ad usarli per ottenere un vantaggio in più, o solo per bieca scioccheria. Ti ho già visto in tutte quelle facce e ho sperato che non entrassi nella mia vita faticosa, eppure l’hai fatto dalla porta più dolorosa ed arrogante, quella dello stesso sangue e della stessa famiglia.

Sono nata nel 1936. Ho vissuto la guerra e le sue privazioni, gli orrori e la disperazione.  Gli anni 50, diventati poi 60, insieme al dovere insegnatomi, di condurre una vita retta e fatta di sacrifici, di figli amati, come la mia vita, più della mia vita. Quei tre figli meravigliosi a cui ho dato tutto ciò che era nelle mie possibilità e spesso anche di più. In quegli anni di speranza e nuovo mondo che si sostituiva al vecchio, nelle pieghe talvolta di una miseria comune, fatta di pranzo e cena da mettere insieme, di vestiti rammendati, di stoffa comprata a rate per sostituire abiti troppo piccoli o lisi a quei bambini che ogni giorno diventavano più grandi, e i pantaloni sempre più lunghi. Strade, turni di notte, panni da lavare, torte da guarnire, gioia da infondere su bocche imbronciate e occhi piangenti. La colonia per i figli, almeno un po’d’aria nuova e buona, i giorni di tristezza con denti stretti e forza di volontà.
E gli anni 70. E i bambini che diventavano grandi. La quarta figlia amata, sola fin da subito, con il testimone in mano dell’assenza, passatole da ragazzi ormai con occhi proiettati alla loro vita. Quei ragazzi che guardavo con occhi struggenti, felice e ansiosa con la speranza che la loro vita fosse sin da subito un elenco infinito di giorni buoni e onesti. Tra quei figli tua madre, amata e curata, spinta e rassicurata. Accudita. Come una madre può fare. Come ho potuto fare io. Felice di lei. Felice della sua strada che andava formandosi, dei suoi sogni che avresti tu con i tuoi fratelli reso realtà. E la ruota che si rimetteva a girare, la mia mano che lasciva la sua, certa di averle dato un bagaglio lungo vent’anni che la potesse proiettare nei suoi sogni e renderli concreti. Le speranze perdute di me donna, di mio marito uomo, le misere realtà quotidiane che si facevano strada insinuandosi dentro quella purezza di un amore che un tempo fu il più grande di tutti. Almeno per me. Ed era quel che bastava. Figli grandi, la necessità di lavorare anche fuori casa. Anche. Giorni in cui vuoto e pieno si confondevano dissolvendo le speranze. Le partenze verso il futuro, verso l’oblio, verso nuove famiglie e rinnovati sacrifici. E gli anni 80 e il tempo che segnava i nostri volti fatti di pieghe amare e rimpianti. Le morti prima di mio mariti, tuo nonno, poi del mio amato figlio, dolce ricordo straziante.. Ma anche di nuovi sorrisi, di nipoti festosi, la risposta della vita che genera vita, sempre. E poter vivere anche di quello. Io nonna, in quel nuovo tempo graffiato, le tragedie immani che tutto il culo che ritieni di esserti fatto non potrà mai eguagliare, l’indicibile abbandono sacrilego di coloro che amavo fin dall’embrione, l’assenza criminale di tua madre, nel momento del bisogno, la mia malattia, i miei occhi inutilmente pieni d’amore, senza più la luce di un tempo, nell’irreversibile oscurità della quasi cecità..bisogno d’amore e serenità dopo tanta e tanta corsa senza fiato.. Tua madre, dicevo, povera vittima della follia cannibale che la divorava giorno per giorno, fino ad oggi, austera e immobile forma granitica senza sentimenti. Almeno per me. E a tratti immondi, nemmeno per voi, che ha generato.
Guardati allo specchio. E piangi per quell’ombra scura che ci vedi riflessa. Piccolo corvo implume che gracchia tanto forte per nascondere la paura che trasuda rancida e puzzolente da ogni tuo poro. Come ti permetti di giudicarmi con tanta ed ottusa ferocia? Come ti permetti di condannare chi ha partecipato al tuo accadimento ora che è fragile, come il più vile dei briganti? Preso hai preso. Ricevuto hai ricevuto, molto più di quanto tu sappia e ricordi. Molto più di quanto ora fai finta di aver dimenticato.
Preziosità che ho donato con gioia, a te e ai tuoi fratelli. Luce brillante a cui appigliarsi quando l’oscurità a ondate si gettava sulla vostra, un tempo nostra, famiglia. Disgraziata sì, ma che è stata anche bellissima. Hai dimenticato le notti di disperazione quando tu e i tuoi fratelli bambini, mi chiamavate come unica speranza di salvezza, per strapparvi da quell’orrore che si generava tra le mura della vostra “perfetta” casa?
Tu ora mi getti via, nel dimenticatoio. Con la più puerile delle scuse. Il denaro. Tieni pure stretto il tuo denaro tra le grinfie, macchiate di sangue e di lacrime che non ti accorgi nemmeno di far versare. Grinfie e non mani, incapaci della più piccola carezza confortante, della più pietosa stretta ad impedire la caduta. Questo era quanto necessario, e non l’hai capito, rappreso nella tua oscurità fifona, circondato da altrettanti volti e discorsi oscuri. Che ci disegnano come pecore nere, come demoni di una famiglia altrimenti perfetta. Perfetta come può essere solo una lapide dimenticata. Liscia e bianca all’apparenza, ai passanti ignoranti e distratti. In realtà senza amore, senza compassione, senza nemmeno la pietà che viene concessa a tutti, anche ai criminali che stanno pagando il loro debito.
Non capirai,  temo non capirai che, nonostante tutto questo brutto che mi hai gettato addosso, tua nonna ha cercato comunque di darti, e dirti, qualcosa di buono. Mi rendo conto che anche ora ho sprecato il mio tempo e la mia forza a cercare di farti capire. In fondo non serve nemmeno che la chieda perché sei tu, a farmi pena. Non hai assorbito niente dal buono e dalla sofferenza che ti sono capitate, tutto ti è scivolato addosso e non sei cresciuto di un palmo, nella tua intelligenza e nella tua morale. Ottuso di fronte alla vita, impossibilitato a fare altri passi da qui in avanti. Bamboccio perduto, povero te, senza l’anima dei sentimenti, al contrario persino dei tuoi fratelli, che pur dentro tutte le difficoltà hanno saputo mantenere la scintilla dell’umanità. Tu ne sei privo, oramai. Irrecuperabile. Cosa sei? Così giovane e già rudere.
Ti ergi ad entità suprema. Mia, e abbastanza ti ho detto, e di mia figlia, tua zia. Hai disprezzato profondamente anche lei. Vergognati anche di questo, nel tuo lettino di credente ipocrita. Portale rispetto e non ti permettere di attribuirle sentimenti che siano meno dell’amore, della dedizione e dell’abnegazione. Sai qual è il mio stato. È inutile che tu faccia finta di non sapere che è l’unica persona che mi rimane a fianco. E nonostante i sacrifici e le rinunce, lo fa con gioia pura. Ingannatrice, vi siete permessi di chiamarla. Chi è, ingannatrice, sfruttatrice? Lei oppure tua madre, che permette che lei si consumi facendosi carico di tutto per zittire la sua coscienza, se pur ne ha una? Lei oppure tua madre, che abbandona tutto sulle sue spalle per concedersi la sua piccola, squallida vita dissoluta? Lei oppure tu, mio caro nipote, che sai, che hai un cervello e una vista sufficientemente normali? Non sei intelligente, come ti bei di pensare, hai solo abbastanza testa da vedere la tragedia. La vedi e volti il capo altrove. Complice in solido, altrettanto colpevole.  
Ti fai Torquemada, nel piccolo potere che il caso del momento ti ha concesso su chi si è scoperto debole e fragile. Che bello sforzo. Credi di aver vinto, con la tua inquisizione, ma proprio come una patetica, pallida copia di Torquemada non vinci che orrore, senza nemmeno l’onore delle pagine di storia.

la nonna 

sabato 18 febbraio 2012

La Neve

La Neve

La neve è bella,
con il ghiaccio.
E' fredda e soffice,
giocando a palle di neve;
e tutti gli animali randagi
sono in letargo.
I gatti
non possono giocare
con la neve.
I gatti sono in casa
e non possono
giocare
con la neve.
E anche i criceti
non possono giocare
con la neve.
E dopo
si va a mangiare
e a dormire.

La giovane  Nairi Arcari, sei anni e ventinove giorni, si ispira alla sua stagione, dopo una lettura di Alda Merini.

martedì 14 febbraio 2012

Un amore

Un istante. Un solo istante è bastato. La tua magia si è fatta strada nei miei occhi, nella pelle, nel respiro.

E' entrata e si è presa la fantasia ed il cuore. La mente, i giorni e le notti, i sospiri e le lacrime.

Alti bastioni corazzati, vegliati da ricordi guardiani irti di punte, si sono sciolti come la più timida delle nebbie al suo passaggio. Sciolti in rovine. E' entrata, dolcissima invasione, e casa ha deciso che fosse.
Mai più è fuggita, mai più ricacciata. Parte di me, ormai, inestricabile nella più intima e profonda spirale dei geni.

In quell'istante di secoli fa, quell'istante appena accaduto, ti ho amata. Oggi, più di allora, ti amo.

Tante nuvole sono passate sul nostro cielo, da allora. Tuoni e lampi. Pioggia come lacrime calde, inverni che sembravano non voler finire mai. Strade oppresse dalle nebbie del timore, mura che sembravano impossibili da sfondare, scavalcare. Vicoli ciechi, ed il timore e l'orgoglio ad impedire di fare un passo indietro, per cercare vie nuove e compagne, verso il futuro. Le fughe nella solitudine, per non accettare l'errore, l'essere fragili mortali.

E questo siamo stati e siamo, ma anche sfolgoranti divinità pagane, lucide d'abiti d'oro. Dominatrici del tempo, creatrici di meravigliosi universi. Quegli istanti di felicità, così forti da fare male, sospiri intrecciati in vortici sempre più stretti. Essere grandi e giocare ai bambini, essere bimbi e sognare il futuro.

Da quella prima follia, che ha saputo essere dolce e terribile, il mondo è cambiato. Le nostre mani si sono trovate, certe di non lasciarsi. I nostri sguardi hanno smesso di misurarsi e si sono volti in avanti.

L'amore, come saprebbe dire il più mieloso dei poeti, ha trionfato.

Eppure la vita non termina con quel trionfo, solo le favole concentrano l'esistenza nel "vissero felici e contenti".
La vita è attimo dopo attimo, attenzione dopo attenzione.

Si cade. Ci sono difficoltà, e ci saranno. Si pensa di aver perso la strada, che strada non ci sia mai stata. Che non si sia in grado di muovere un altro passo, quando le paure scendono sugli occhi come bruma. Si può pensare di non farcela, di non volerci più provare.
Sono istanti di realtà, e nella realtà si vincono. In quella dentro di noi, certo.

La magia però è sempre quella, quell'esercito di eroi invincibili che dal nulla tutto questo ha creato. Quei regni, quelle città meravigliose fatte di me e di te. Quel ponte che nulla può far crollare, le nostre mani intrecciate.

Non cadrai.

Suona le trombe a raccolta. Il tuo popolo non aspetta altro che mettersi all'opera, contadini ed artigiani, orafi e fornai e giullari. Guardie attente sui tuoi spalti, creatori di aquiloni dalle botteghe di infiniti colori. Un popolo meraviglioso, forte ed intelligente. Determinato e fantasioso. La meraviglia della tua magia l'ha reso tale.

Le porte sono spalancate. L'altra città, la più stretta alleata, di là dal ponte, non mancherà. Non mancherà mai di correre in soccorso della vicina sorella.

Ogni volta che ti sentirai cadere, sarò lì a sorreggerti. Ogni volta che vorrai riposare, ti potrai poggiare sul mio petto.

Ogni istante della tua gioia, sarà la mia gioia. La costruiremo insieme. Stretti come quelle città sorelle ed alleate, aperte al resto del mondo con traffici e mercanti, viaggiatori ed esploratori. Città di luce che brilleranno, a illuminare l'orizzonte.

lunedì 13 febbraio 2012

Il silenzio

Suona, il silenzio. Suona come vecchie mura in una giornata di vento. Come gli alberi, quando nessuno li osserva, si raccontano storie di secoli, di terra e di acqua. Come i sogni più nascosti ed oscuri, che al mattino non ricordi, non vuoi ricordare, ma che la notte tendono i muscoli in spasimi di crampo, i denti a scricchiolare per rinchiudere parole che non saprai dire.

Il silenzio racconta. Narra di ogni assenza dalla vita, di ogni paura, di ogni maledetto giorno in cui ti sei negato la fame, la voglia, la follia di strappare al banale il sapore dell’esistenza. È lì, in agguato, ogni momento in cui scordi di riempire l’aria di parole.

Un compagno fedele, il silenzio. Come uno specchio. Come un diario. Come qualcosa che hai scritto, che rimane nella sconsolata attesa di essere letto.

Questo pensa, mentre camminava lento lungo l’argine. Vagando senza meta, quando i suoni non gli permettono di rimanre in casa. Chilometri tra la nebbia e le campagne, solo. Andata e ritorno, andata e ritorno, quando non è ancora alba e non è più tramonto e lo scorrere delle stagioni è dato soltanto da quanti abiti indossi.

Vagando lo accompagna, il silenzio. Ha in sé tutti i rimproveri, tutto il moralismo che da sempre sfugge nella sua pervicace solitudine. Ostinato gli resta compagno, incurante dei piccoli rumori animali, della terra che sfrigola cedendo sotto gli stivali.

Il silenzio. Solo lui gli è rimasto. Come il più vecchio degli amori. Un matrimonio adolescente che non può conoscere divorzio. È stato amore antico, abitudine, sopportazione, l’odio della ribellione. Con il tempo, come tante vecchie coppie, tutto questo è diventato bisogno. Oscuro e perverso, ma bisogno.

E bisogno lui ha, del silenzio, delle mille voci che gli spiaccica nel cervello, tenendo il suo cuore legato a questo mondo.

E il silenzio, sì, ha bisogno di lui. Gli serve, è la sua mano velata sulla bocca, la sua stretta attorno alla gola del mondo, a togliere la voce, a togliere il rumore.

“Ciao bello, che ci fai qui tutto solo? Hai bisogno di una mano?”

La puttana nigeriana non si alza nemmeno dalla scalcinata sedia di plastica, le cosce allargate a dichiarare la mancanza di mutande. Una piccola radio cigola, poggiata a terra.

“Hai bisogno tu di una mano. Stai facendo rumore” risponde. “A noi il rumore non piace”.

Estrae un coltello dalla tasca. E fa silenzio.

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